Ciclo idrico integrato

     

 

Dopo l’evaporazione dalle grandi superfici idriche e dai vegetali, l’acqua ricade al suolo; durante la fase di ricaduta, essa cattura inquinanti atmosferici aerodiffusi e, una volta giunta al suolo, subisce un’elevatissima contaminazione batterica. Il lento processo di penetrazione nel suolo causa comunque la riduzione o l’annullamento della carica batterica e, contemporaneamente, la solubilizzazione di sali minerali e di composti organici. E’ evidente quindi che la composizione dell’acqua e quella del suolo sono correlate e che gli eventuali contaminanti presenti in quest’ultimo possono essere ritrovati nelle acque del sottosuolo.

Le falde più a rischio sono quelle superficiali, che si formano cioè a scarsa profondità , per le quali è più elevata la probabilità  di contaminazioni batteriche. Una frazione dell’acqua caduta al suolo determina invece il fenomeno del “ruscellaggio”, cioè dello scorrimento in superficie, confluendo poi in fiumi e laghi. In questa fase l’acqua trasporta con sè molti contaminanti presenti sulla superficie del suolo, così che ad aumenti di portata dei corsi d’acqua corrisponde frequentemente un maggior livello di contaminazione: il bacino idrografico di un fiume può quindi essere considerato come un gigantesco raccoglitore di contaminanti.

E’ evidente, dunque, che l’esigenza della tutela delle acque dall’inquinamento è prioritaria, in rapporto non solo agli usi potabili, ma anche ad altri impieghi che potrebbero essere causa di rischio per la salute. La realizzazione di questa difesa sanitaria è effettuata per mezzo di una serie di normative abbastanza coerenti, anche se emanate o recepite da direttive della Unione Europea in tempi diversi.

Le acque usate possono risultare contaminate sia dal punto di vista chimico che microbiologico. Se i livelli di contaminazione si mantengono entro valori prefissati, tali acque possono essere smaltite nel suolo, nelle acque dolci superficiali e in quelle marine, corpi recettori considerati come sistemi naturali di depurazione (questa materia è disciplinata dal D. Lgs. n.152 dell’11 maggio 1999 e successive modifiche).

Qualora la contaminazione sia più elevata del consentito, si deve invece procedere alla depurazione: nel caso delle acque di provenienza urbana i depuratori sono generalmente del tipo biologico, cioè utilizzano microrganismi per la mineralizzazione delle sostanze organiche, mentre con acque provenienti da impieghi industriali il processo di depurazione è di tipo chimico e chimico-fisico.

Anche questo aspetto dell’igiene delle acque è regolamentato da apposite normative per quanto riguarda sia la localizzazione dei depuratori rispetto ai centri abitati sia la tutela dei lavoratori addetti.

In rapporto al loro grado di inquinamento, le acque sono classificate in tre categorie, per ognuna delle quali vengono date indicazioni sul procedimento di potabilizzazione da utilizzare. Si può intervenire con trattamenti di filtrazione attraverso strati di terreni speciali, sia a monte dei grandi bacini di riserva sia prima della immissione nella rete cittadina, ma più spesso occorre effettuare anche un trattamento ossidativo (aerazione, clorazione con cloro gassoso o con ipocloriti, ozonizzazione) al fine di distruggere i microrganismi patogeni e far precipitare i sali di ferro e di manganese in eccesso.

È comunque evidente che, con l’aumentare dei livelli di contaminazione, cresce di conseguenza anche la complessità  dei procedimenti di potabilizzazione. Al di sopra di determinati livelli di presenza batterica (20.000 coliformi fecali/100ml) o di sostanze tossiche, tuttavia, non è più opportuno procedere alla potabilizzazione, a causa del rischio che sarebbe provocato dal massiccio impiego di reattivi chimici (per esempio il cloro utilizzato per la disinfezione con conseguente produzione di cloroderivati tossici).

 

Universo del Corpo – 1° Volume – Edito dall’Istituto dell’ Enciclopedia Italiana Treccani